La storia del Santuario
La storia del Santuario
Il Santuario di Santa Maria di Garufo sorge sul colle che separa il territorio di Camporotondo di Fiastrone da quello di Caldarola. La sua storia è stata ricostruita attraverso fonti bibliografiche, documenti archivistici, inventari e documentazione tecnica contemporanea prodotta nell’ambito del progetto di restauro.
Questa pagina non propone una ricostruzione definitiva, ma raccoglie le principali informazioni emerse dalla ricerca e dalle fonti consultate. Alcuni passaggi, soprattutto quelli legati alla toponomastica e alla lettura delle fonti più antiche, sono da intendere come ipotesi interpretative e come punti di lavoro da verificare ulteriormente.
Origini e continuità del luogo
La relazione storico-artistica redatta per la pratica di autorizzazione presso la Soprintendenza ricorda che la località di Carufa è una vasta collina posta tra Camporotondo e Caldarola, sulla cui sommità sorge la piccola chiesa di Santa Maria. La chiesa dà notizie di sé già tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo, quando nelle fonti compaiono riferimenti alla decima versata da un sacerdote prebendato e da un cappellano.
Nel 1398 è documentata la proposta di unificare le parrocchie di Santa Maria di Carufa, San Stefano e San Pietro con quella di San Marco di Camporotondo. Questo dato suggerisce che il colle e il suo territorio fossero inseriti in una rete più ampia di piccoli insediamenti, cappelle e chiese rurali, poi trasformata nel corso del tempo.
La storia più antica del sito è stata interpretata da Febo Allevi anche alla luce del toponimo Carufa/Garufo e del rapporto con il nome Colfano o Collis Fani. Queste ipotesi collegano il luogo alla memoria di un antico spazio sacro, forse precedente alla chiesa cristiana. Si tratta però di una lettura storica e toponomastica, non di una prova archeologica diretta.
Il toponimo Carufa / Garufo
Il nome Garufo compare nelle fonti e nella bibliografia in forme diverse, tra cui Carufa, Carufo e Garufa. Allevi collega il toponimo a una possibile radice riferita a pietre, rovine, macerie o terreno sassoso.
Nel database è stata inserita anche una fonte bibliografica di confronto: il Dizionario di toponomastica lombarda di Dante Olivieri. Alla voce Gàrrovo / Gàruf, riferita all’area comasca, il termine è collegato al significato di “terreno sassoso” o “greto di torrente”. Questo riferimento non viene usato come prova diretta dell’origine del toponimo marchigiano, ma come confronto lessicale utile a comprendere l’ipotesi discussa da Allevi.
In questo senso, il rapporto tra Carufa, Garufo e forme simili resta una pista interpretativa: interessante per la storia del luogo, ma da leggere insieme alle attestazioni documentarie e agli inventari archivistici.
Dal Medioevo al Cinquecento
Nel corso del Medioevo il colle di Garufo appare legato a un paesaggio religioso diffuso, composto da pievi, cappelle rurali e piccoli luoghi di culto. Gli studi di Angelo Antonio Bittarelli su Pievefavera e quelli di Febo Allevi sul Santuario aiutano a collocare Santa Maria di Garufo dentro questa rete ecclesiastica e territoriale.
Nel Cinquecento il Santuario conosce una fase importante di trasformazione. La relazione storico-artistica ricorda che nel 1533 vi si costruisce una nuova chiesa e che il Comune, titolare del giuspatronato, delibera di assoggettarla alla chiesa di San Giovanni in Laterano. Il portale reca inoltre la data 1538, collegata alla fase di ricostruzione o ampliamento dell’edificio.
Un riferimento particolarmente importante è quello dell’11 giugno 1548, quando si discute in Consiglio Generale della presenza di alcuni frati riformati dell’ordine di San Francesco presso Santa Maria di Carrufa. Le fonti archivistiche consultate e descritte nel database permettono di mettere questo dato in relazione con altre carte delle Riformanze del Comune di Camporotondo, nelle quali compaiono la via che conduce ai frati di Colfano e la richiesta di elemosine per la fabbrica della cappella.
La presenza francescana e il rapporto con il Comune
Tra XVI e XVII secolo il Santuario risulta collegato alla presenza francescana del vicino ambiente di Colfano. La documentazione non va letta come una sequenza già del tutto chiarita, ma come un insieme di indizi coerenti: la gestione della cappella, la viabilità comunale, le offerte, le deliberazioni del Consiglio e i riferimenti ai frati permettono di ricostruire un rapporto stabile tra il luogo di culto e la comunità di Camporotondo.
Il Comune non appare soltanto come sfondo amministrativo, ma come soggetto coinvolto nella vita del Santuario: nelle fonti emergono questioni legate al giuspatronato, alla nomina del rettore, alla gestione del luogo e al sostegno materiale alla chiesa.
L’edificio e gli affreschi
La relazione storico-artistica descrive la chiesa come una costruzione in conci di pietra, con copertura a due falde, portale in arenaria e piccola finestra circolare in facciata. All’interno, l’aula e la zona absidale sono separate da un arco trionfale; la zona presbiteriale conserva tracce importanti dell’apparato decorativo.
Uno degli elementi più rilevanti è l’affresco della Vergine in trono con il Bambino, collocato dietro l’altare. La relazione lo descrive come una raffigurazione caratterizzata da modi legati alla pittura umbro-marchigiana, con possibili riferimenti alla cultura figurativa tardomedievale e primo-rinascimentale. La presenza dello stemma dei Varano è indicata come un possibile indizio cronologico, ma la datazione resta discussa.
La relazione segnala inoltre un più ampio ciclo pittorico parietale, organizzato in registri sovrapposti. Alcune scene sembrano riferirsi alla vita della Vergine, altre a temi francescani o biblici. Lo stato di conservazione attuale rende però difficile una lettura completa: molte immagini sono frammentarie, coperte da polvere, alterate da lesioni, distacchi o interventi precedenti.
Stato di conservazione e sisma del 2016
Il terremoto del 2016 ha aggravato una situazione conservativa già fragile. La relazione storico-artistica descrive distacchi dell’intonaco, rigonfiamenti, cadute di frammenti, lesioni diffuse e danni importanti nella zona absidale e nell’altare principale. Anche il portale in arenaria, le murature, la controfacciata, le campane e il portone ligneo risultano interessati da problemi conservativi.
Le tavole grafiche associate alla relazione documentano in modo sintetico alcune principali forme di degrado: lesioni, cadute d’intonaco, cadute di colore, distacchi, riprese cementizie e dilavamenti. Queste tavole non sono semplici immagini illustrative, ma strumenti tecnici utili a comprendere la distribuzione dei danni sulle superfici decorate.
Restauro e documentazione digitale
Il progetto di restauro prevede interventi sulle superfici pittoriche, sugli intonaci, sul portale, sulle campane e sul portone ligneo. La relazione indica la necessità di procedere con indagini diagnostiche, puliture, consolidamenti, risarciture delle fessurazioni, rimozione o alleggerimento di riprese cementizie e interventi di reintegrazione valutati in corso d’opera.
Nel database Omeka S questa relazione è stata inserita nella sezione della documentazione tecnica e progettuale, non tra le fonti archivistiche storiche. Si tratta infatti di un documento contemporaneo prodotto nell’ambito della pratica di autorizzazione e del percorso di restauro. La sua funzione è collegare la storia materiale dell’edificio alle attività di conservazione e documentazione in corso.
Il database permette quindi di leggere insieme fonti diverse: le fonti archivistiche antiche, le fonti bibliografiche, la documentazione tecnica prodotta dallo Studio Bocci and Partners e le tavole sullo stato di conservazione. Questo intreccio non sostituisce il lavoro degli archivi, dei restauratori o degli specialisti, ma offre uno spazio ordinato per seguire il percorso della ricerca e della valorizzazione.
Garufo oggi
Oggi il Santuario di Santa Maria di Garufo è un luogo fragile ma ancora centrale per la memoria della comunità locale. Il sisma ne ha reso evidenti le vulnerabilità, ma ha anche reso urgente la raccolta e l’organizzazione delle fonti che ne raccontano la storia.
La documentazione digitale raccolta nel progetto nasce da questa esigenza: conservare traccia dei materiali disponibili, rendere consultabili le fonti selezionate e costruire un collegamento tra ricerca storica, restauro e memoria del territorio.
Le fonti
Fonti archivistiche
Documentazione di progetto | Studio Bocci and Partners s.r.l.
Fonti bibliografiche 