parole che resistono

Caterina Ciccotti –  Identità Sibillina ETS

L'Atlante Linguistico ed Etnografico dell'Italia e della Svizzera meridionale - il dialetto maceratese-fermano.

Atlante AIS - carta geografica dell'area fermano - maceratese

Ci sono parole che non compaiono nei dizionari, non passano per la scuola, non si scrivono quasi mai. Eppure esistono, con una loro precisione, una loro capacità di dire cose che la lingua standard non riesce a dire nello stesso modo. Lu cannucciu, li viricoculi, lu gausciò: la gola, le albicocche, il tubo. 

Parole che chi è cresciuto nell’entroterra maceratese o fermano ricorda dalla voce dei nonni e che oggi rischiano di uscire dalla conversazione quotidiana.

Questa è la domanda da cui parte una ricerca in corso all’Università di Zurigo: quanto resta, nelle parlate locali di oggi, del patrimonio linguistico documentato cent’anni fa? E come si misura quello che è cambiato?

Un’impresa del Novecento

KARL JABERG

Per rispondere occorre tornare a un progetto che costituisce una delle imprese scientifiche più ambiziose del Novecento europeo. Tra il 1919 e il 1928 i linguisti svizzeri Karl Jaberg e Jakob Jud organizzarono una raccolta sistematica delle parlate dialettali dell’Italia e della Svizzera meridionale. Il risultato fu l’Atlante Linguistico ed Etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale (AIS) pubblicato in otto volumi tra il 1928 e il 1940, con 1.705 carte linguistiche che fotografarono il paesaggio idiomatico della penisola con una precisione senza precedenti.

Il metodo era rigoroso fino all’ossessione. Per ogni punto della rete, 407 in totale, distribuiti su tutto il territorio italiano e nelle valli svizzere di lingua italiana o romancia, veniva scelto un singolo informatore: possibilmente anziano, radicato nel luogo, non troppo scolarizzato, capace di rappresentare il parlato autentico di quella comunità. Sul campo lavorarono tre raccoglitori, tra cui il dialettologo Paul Scheuermeier, che per anni percorse l’Italia con un questionario di 1.700 domande e annotò non solo le risposte, ma ogni esitazione, ogni correzione, ogni gesto che accompagnava la parola.

Il questionario non chiedeva solo lessico: chiedeva come si chiamano le parti del corpo, gli attrezzi agricoli, gli animali, i fenomeni atmosferici, le fasi della vita. Chiedeva, cioè, come una comunità organizza linguisticamente la propria esperienza del mondo. 

Quando Scheuermeier bussava alla porta di un contadino di Muccia o di Montefortino e chiedeva, ad esempio “come si chiama la canna della gola?”, stava raccogliendo qualcosa di più di una parola: stava documentando un modo di stare nel corpo, nel paesaggio, nel tempo.

L’AIS è, ancora oggi, l’unico atlante dialettale italiano completo. La geolinguistica, di cui l’AIS è il prodotto più ambizioso, permette la visualizzazione spaziale delle isoglosse utili per individuare e demarcare dialetti e tipi dialettali: linee immaginarie che separano aree in cui uno stesso tratto linguistico ha valori diversi, come confini invisibili tracciati dalla storia.

«Carta 121 AIS reloaded: la canna della gola. Punto 567, Muccia (MC).
Screen dalla mappa su AIS, reloaded. Parola "la canna della gola"

Il maceratese-fermano: una lingua dentro la lingua

Chi nasce e cresce nell’entroterra maceratese o fermano eredita, spesso senza saperlo, un sistema linguistico di straordinaria complessità storica. Il dialetto di quest’area, tecnicamente definito maceratese-fermano-camerte, a indicare la continuità tra le province di Macerata, Fermo e l’area camertina, non è una versione approssimativa dell’italiano. È una varietà autonoma, con una struttura fonologica e grammaticale propria, che conserva tratti scomparsi dall’italiano standard da secoli.

Secondo la classificazione di Giovan Battista Pellegrini, quella ancora oggi di riferimento per i dialettologi italiani, i dialetti dell’area maceratese-fermana appartengono ai dialetti centro-meridionali, in particolare all’area mediana. Si tratta, come sintetizza Loporcaro (2009), di una zona linguisticamente molto omogenea, diversamente da quanto accade nelle aree costiere di Porto Recanati, Recanati e Civitanova Marche, dove l’influsso dell’area adriatica settentrionale ha prodotto esiti diversi.

Il genere neutro: tre generi dove l’italiano ne ha due

Il tratto più evidente, e il più affascinante, è la sopravvivenza del genere neutro. L’italiano distingue due generi: maschile e femminile. Il dialetto maceratese ne conserva tre, esattamente come il latino classico. La differenza non è astratta: si sente direttamente nelle parole di tutti i giorni.

ESEMPIO DI PAROLA LO SCURO-LU SCURU

Stessa radice, genere diverso, significato diverso. Il maschile indica l’oggetto specifico, il neutro la sostanza, la condizione, il concetto astratto. È una sfumatura che l’italiano ha perduto livellando tutto al maschile, e che il dialetto maceratese custodisce come traccia diretta del latino, dove questa distinzione era sistematica.

Anche nei dimostrativi la differenza è percepibile. Il sistema maceratese-fermano, come documenta Loporcaro (2009).

confronto di esempio tra due parole: questo e quistu

La ricercatrice Federica Breimaier dell’Università di Zurigo ha documentato, in uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista internazionale Morphology (con Chiara Zanini), che il sistema tripartito è ancora vitale nei parlanti più anziani, ma mostra segnali di erosione nelle generazioni più giovani. Il marcatore più a rischio è l’articolo lu, quello che distingue il maschile dal neutro lo/lọ, che i parlanti più giovani tendono a usare meno, scivolando verso il sistema binario dell’italiano. 

C’è però un dato inaspettato: chi emigra tende a conservare lu più di chi rimane. Come se la distanza dal territorio rendesse più nitido il legame con la propria varietà d’origine.

La metafonia: quando la vocale cambia forma

Tra i fenomeni che rendono il maceratese-fermano un oggetto di studio privilegiato per i linguisti c’è la metafonia, o metafonesi, un processo in cui la vocale tonica di una parola cambia forma a seconda della vocale che la segue. In concreto: quando in finale di parola compare una -i o una -u, la vocale accentata della sillaba precedente si «alza» di un grado.

Non è solo un fenomeno antico congelato nei testi. È vivo, anche se con forme diverse, nella coniugazione verbale di oggi. Lo studio condotto da Martina Assandro (Il dialetto marchigiano nell’area Maceratese-Fermana: la metafonia nelle trasformazioni linguistiche locali, 2025), condotta con interviste dirette a 30 parlanti dell’area maceratese-fermana (15 tra i 20 e i 26 anni, 15 tra i 60 e gli 86), fornisce dati precisi e aggiornati.

Ecco cosa succede al verbo portà (lat. portare): alla prima persona singolare la vocale tonica rimane medio-bassa, alla seconda, dove compare la -i finale, si alza di un grado:

esempio di parole con metafonia

Ancora più marcato è il caso dell’ipermetafonia: invece di alzarsi di un grado, la vocale tonica si alza fino alla posizione più chiusa, producendo alternanze come quelle del verbo durmì (lat. dormire):

tabella esemplificativa del fenomeno delll'ipermetafonia

Questi dati dicono qualcosa di preciso: la metafonia non sta semplicemente scomparendo. Sta cambiando distribuzione. Le forme più marcate, quelle che si allontanano di più dall’italiano, si conservano soprattutto tra i parlanti anziani con basso livello di scolarizzazione e residenza nelle zone rurali. Le generazioni più giovani mostrano forme intermedie, né italiane né completamente dialettali. È il tipico quadro di una varietà in transizione.

Altre caratteristiche della varietà

Oltre al genere e alla metafonia, il maceratese-fermano presenta altri tratti documentati che lo distinguono dalle varietà vicine. Tra i più rilevanti, raccolti dalla letteratura dialettologica:

La conservazione delle vocali atone in finale di parola: dove i dialetti settentrionali le eliminano, il maceratese le mantiene, producendo uscite come -u per il maschile, -a per il femminile, -o per il neutro. È questa fedeltà alla struttura vocalica latina che porta a dire che il dialetto maceratese è «più latino dei toscani».

Il betacismo: il passaggio sistematico di b iniziale e intervocalica a v. Dal latino bucca (bocca) si ottiene vok:a. È uno dei tratti che chi viene dall’area riconosce immediatamente nella parlata degli anziani.

La neutralizzazione della terza persona: in tutta la varietà maceratese-fermana, la terza persona singolare e plurale del verbo coincidono. Dove l’italiano distingue porta e portano, il dialetto usa la stessa forma per entrambe. La letteratura conferma che questo sincretismo è ancora pienamente vitale in tutti i parlanti intervistati, senza distinzione di età o scolarizzazione.

Il possessivo posposto ai nomi di parentela: dove l’italiano dice mio fratello, il maceratese dice fràtəmọ, fratello mio, con il possessivo enclitico che si fonde al nome. È una costruzione attestata nei documenti medievali che sopravvive nella parlata quotidiana.

Tre parole dall’Atlante

Per capire concretamente cosa significhi lavorare sull’AIS, vale la pena entrare nel dettaglio di alcune voci dialettali per l’area maceratese-fermana, verificate sulla piattaforma ais-reloaded.uzh.ch e nella letteratura dialettologica. Ogni parola racconta una storia diversa, di commerci, di migrazioni, di cultura materiale, che il nome dialettale custodisce e che la parola italiana non sempre preserva.

La carta 121 dell’AIS, la canna della gola, mostra per il punto 567 di Muccia la risposta lu gan·ˈutːɨ: trascrizione fonetica di lu cannucciu. La parola viene dal latino canna, a sua volta dal greco kánna e dal semitico qaneh, canna, tubo, condotto, con il suffisso diminutivo locale -ucciu. La stessa radice di canale, cannello, condotto.

Trachea viene dal greco, è un termine medico, asettico. Lu cannucciu evoca la consistenza fisica di un tubo, il rischio che si secchi, la fragilità di qualcosa che dipende dal flusso che lo attraversa. Sono due modi diversi di stare nel proprio corpo.

«Non te se sciucca lu cannucciu?»
Non ti si secca la canna della gola? – Si dice a chi parla troppo, nell’area maceratese e fermana. Sciucca, da asciugare: la gola che si prosciuga dal troppo parlare.

Li viricoculi è la forma dialettale maceratese per le albicocche. La voce risale probabilmente al latino praecoqua o praecox, il frutto che matura presto, attraverso trasformazioni fonetiche comuni ai dialetti dell’Italia centrale.

La stessa base latina ha prodotto forme analoghe in altre varietà vicine: armocolo in alcune aree umbre, percoca nei dialetti meridionali. Una ricostruzione etimologica puntuale richiederebbe il confronto sistematico delle carte AIS per quest’area, che i dati dell’inchiesta del giugno 2026 potranno in futuro fornire.

Quello che è già chiaro è il significato che la parola custodisce: li viricoculi non dice da dove viene il frutto, come fa albicocca con la sua radice araba. Dice quando arriva, il frutto precoce, quello che appare per primo a fine primavera. È un nome che viene dall’esperienza di chi coltivava e aspettava, non dalla storia di chi commerciava e importava. Breimaier e Salvi la citano tra le parole che rischiano di uscire dalla conversazione quotidiana dell’area maceratese-fermana.

Lu gausciò indica nell’area maceratese-fermana il tubo, il raccordo, il condotto di collegamento. L’etimologia non è stabilita con certezza in letteratura: è stata avanzata l’ipotesi di un prestito dal francese gousset, che indicava originariamente una piccola borsa o tasca, poi per estensione un raccordo o manicotto, ma si tratta di una proposta che attenderebbe conferma da studi storico-lessicali specifici sull’area marchigiana.

Quello che è documentato è l’uso e il rischio di perdita. Lu gausciò è oggi sostituito sempre più spesso da lu tubo, parola italiana dialettizzata nella pronuncia, o direttamente da il tubo. Il passaggio è impercettibile nella conversazione quotidiana, ma misurabile nel confronto con i dati storici dell’AIS.

 

Le tre parole insieme mostrano la stessa cosa: il lessico dialettale non è un insieme casuale di suoni alternativi alle parole italiane. È un sistema coerente in cui ogni parola ha una storia, una ragione, un’origine che dice qualcosa del territorio e delle persone che ci hanno vissuto. Alcune di quelle storie sono ricostruibili con precisione. Altre sono ancora aperte. Ed è precisamente questo, lo spazio tra ciò che è già documentato e ciò che resta da documentare, il territorio in cui il progetto AIS, reloaded sta lavorando.

Cent’anni dopo: AIS, the digital turn

Nel 2016 prende avvio all’Università di Zurigo, sotto la direzione del prof. Michele Loporcaro, il progetto AIS, reloaded, poi AIS, the digital turn, che si propone di portare il patrimonio dell’atlante nell’era digitale e di tornare negli stessi luoghi con lo stesso questionario, per misurare il cambiamento.

I dati storici sono oggi consultabili gratuitamente sulla piattaforma ais-reloaded.uzh.ch: ogni carta dell’atlante originale è navigabile per punto geografico, con la trascrizione fonetica della risposta registrata negli anni Venti. La carta 121, la canna della gola, mostra per Muccia la risposta di cent’anni fa. Ma quante parole come quella esistono ancora nelle conversazioni di oggi?

È questa la domanda che ha portato i ricercatori Federica Breimaier e Adriano Salvi a tornare nelle Marche tra il 15 e il 18 giugno 2026, con lo stesso questionario dell’AIS. Cinque località già presenti nella rete originale: Treia, Muccia, Sant’Elpidio a Mare, Montefortino ed Esanatoglia. Per ognuna, un informatore anziano, la stessa scelta metodologica di Jaberg e Jud, che permette di confrontare dati della stessa fascia generazionale a distanza di un secolo. La sola trascrizione di ogni intervista richiede circa cento ore di lavoro.

I dati sono ancora in fase di elaborazione. Ma le prime osservazioni indicano una situazione più sfumata di quanto il termine «perdita» lascerebbe supporre. «Non è una sostituzione vera e propria», spiegano Breimaier e Salvi, «perché spesso il termine più dialettale esiste ancora: è solo che il parlante ha accesso anche al lessico dell’italiano, che può dialettizzare». Il confine tra dialetto e italiano nell’area maceratese-fermana è strutturalmente meno netto che altrove: il dialetto locale è fonologicamente più vicino all’italiano rispetto a quello dei dialetti settentrionali o meridionali, il che rende più fluido il passaggio tra le due varietà.

Questo dato trova conferma negli studi recenti sulla morfologia verbale dell’area. Le indagini mostrano che le forme metafonetiche più marcate, quelle che si allontanano di più dall’italiano, sono ancora produttive in una minoranza di parlanti anziani delle zone rurali, ma tendono a cedere a forme meno marcate anche tra chi ha oltre sessant’anni. Non una scomparsa improvvisa: una erosione graduale, silenziosa, difficile da cogliere senza misurazioni sistematiche.

Vale la pena notare che anche le Marche settentrionali sono entrate nel campo di interesse della ricerca: il 27 febbraio 2026, al Circolo Linguistico Fiorentino, la ricercatrice Ludovica De Angelis ha presentato il progetto Per un atlante delle Marche settentrionali: prospettive digitali e di digitalizzazione. Le Marche, nel loro insieme, sono oggi al centro di un rinnovato interesse scientifico.

Cosa si perde, e perché importa

Pier Paolo Pasolini firma autografi per Accattone

Nel dicembre del 1964, su Rinascita, Pier Paolo Pasolini pubblicò un articolo destinato a scatenare un dibattito che dura ancora. Il titolo era Nuove questioni linguistiche e la tesi era provocatoria: l’italiano stava diventando per la prima volta una vera lingua nazionale. Ma il prezzo era la cancellazione di tutto ciò che era rimasto ai margini, dialetti, varietà locali, modi di dire radicati nei corpi e nelle pratiche di vita.

Pasolini chiamava questo processo omologazione: il progressivo appiattimento delle differenze sotto la pressione di un italiano medio veicolato dalla televisione, dalla pubblicità, dalla scuola, dal lavoro industriale. I linguisti dell’epoca risposero in parte con scetticismo, i dialetti erano più resistenti di quanto pensasse. E in parte avevano ragione: i dialetti non sono scomparsi. Ma la pressione che Pasolini descriveva era reale, e i suoi effetti si misurano oggi nelle inchieste sul campo.

I dialetti italiani nel secondo Novecento hanno perso terreno non per una scelta consapevole delle comunità che li parlavano, ma per una pressione silenziosa e pervasiva: la scuola che insegnava solo l’italiano, la televisione che portava nelle case un parlato uniformato, il lavoro che richiedeva la lingua standard, la mobilità geografica che mescolava parlanti di aree diverse. Il termine tecnico che i sociolinguisti usano è diglossia: la coesistenza di due varietà, quella di prestigio (l’italiano) e quella locale (il dialetto), in cui la prima tende a espandere il proprio dominio anche negli ambiti informali che erano rimasti appannaggio della seconda.

Tullio De Mauro, tra i più incisivi sociolinguisti italiani del Novecento, ha difeso per decenni il valore civile del plurilinguismo, contro la tentazione di considerare i dialetti come ostacoli all’unità nazionale. La ricchezza linguistica, sosteneva, non è un ornamento. È una forma di conoscenza distribuita, accumulata nel tempo, che appartiene alle comunità che la producono e che non si ricostruisce una volta perduta.

Ma cosa si perde, concretamente, quando si perde una parola dialettale?

La risposta più comune è: un po’ di colore locale. La risposta più precisa è che si perde una struttura cognitiva. Ogni lingua, ogni dialetto, ritaglia la realtà in modo leggermente diverso, non solo parole diverse per le stesse cose, ma categorie diverse, distinzioni diverse tra i concetti.

Il sistema a tre generi del maceratese (maschile, femminile, neutro) non è una curiosità grammaticale: è un modo di distinguere tra oggetti specifici e sostanze, tra il particolare e il generale, che l’italiano ha livellato.

Quando quella distinzione scompare dalla grammatica, scompare anche dalla percezione. La metafonia verbale non è solo un fenomeno fonico: è un sistema che marca morfologicamente le relazioni tra le parole, un archivio di regolarità incorporate nel suono. Quando si semplifica, si perde una complessità che nessun vocabolario può recuperare.

I dati dei recenti studi sono, in questo senso, più eloquenti di qualsiasi analisi teorica: i parlanti tra i 20 e i 26 anni producono forme quasi identiche a quelli tra i 60 e gli 86, ma le forme ipermetafonetiche più marcate, quelle che richiedono una padronanza profonda del sistema, sopravvivono solo tra i più anziani delle zone rurali. 

Non è ancora una perdita. È l’annuncio di una perdita.

Bibliografia

Fonti primarie : atlanti e banche dati

Jaberg, Karl; Jud, Jakob, Atlante Linguistico ed Etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale, 8 voll., Zofingen, Ringier, 1928–1940.

AIS reloaded, Università di Zurigo, Dipartimento di Linguistica, coord. Michele Loporcaro, disponibile online: ais-reloaded.uzh.ch

NavigAIS – Navigatore dell’Atlante Italo-Svizzero, CNR-ISTC Padova, disponibile online: navigais-web.pd.istc.cnr.it

AdiS2 – Archivio digitale dell’AIS, Ludwig-Maximilians-Universität München, disponibile online: adis2.gwi.uni-muenchen.de


Studi sul dialetto maceratese-fermano

Assandro, Martina, Il dialetto marchigiano nell’area Maceratese-Fermana: la metafonia nelle trasformazioni linguistiche locali, tesi di laurea triennale, Università degli Studi di Padova, Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari, rel. prof. Davide Bertocci, a.a. 2024/2025.

Breimaier, Federica, «Accordo neutro e maschile a Macerata: uno studio esplorativo crowdsourced», in Faraoni, Vincenzo et al. (a cura di), Prospettive di ricerca in linguistica italiana e romanza, Zurigo, Istituto di Studi Italiani, 2023, pp. 39–53.

Breimaier, Federica; Zanini, Chiara, «On the perception of the masculine-neuter contrast in Maceratese», in Morphology, 35, 2025, pp. 51–80.

Camilli, Amerindo, «Il dialetto di Servigliano», in Archivum Romanicum, XIII, 2-3, Ginevra, Olschki, 1929, pp. 220–271.

Paciaroni, Tania, «Un paragrafo di grammatica del maceratese: le forme del presente indicativo», Quaderni di lavoro ASIt, 15, 2012.

Parrino, Flavio, «Il sostrato dialettale maceratese nella lingua della scuola», in Annuario 1959-60 del Liceo scientifico G. Galilei di Macerata, 1960, pp. 213–246.

Siliquini, Lando, Il dialetto fermano-maceratese. Nuove evidenze e antiche tracce, Fermo, Andrea Livi Editore, 2007.


Dialettologia italiana e classificazione dei dialetti

Balducci, Sandro, Marche, collana del Consiglio Nazionale delle Ricerche sui dialetti italiani, Pisa, Pacini Editore, 2000.

Grassi, Corrado; Sobrero, Alberto A.; Telmon, Tullio, Introduzione alla dialettologia italiana, Roma-Bari, Laterza, 2003.

Loporcaro, Michele, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Roma-Bari, Laterza, 2009.

Pellegrini, Giovan Battista, Carta dei dialetti d’Italia, Firenze, Litografia Artistica Cartografica, 1977.

Rohlfs, Gerhard, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, 3 voll., Torino, Einaudi, 1966–1969.


Studi sul progetto AIS e la geolinguistica digitale

De Angelis, Ludovica, «Per un atlante delle Marche settentrionali: prospettive digitali e di digitalizzazione», comunicazione al Circolo Linguistico Fiorentino, Biblioteca Umanistica dell’Università di Firenze, 27 febbraio 2026.

Loporcaro, Michele et al., «AIS reloaded: un atlante digitale con nuovi dati sul campo», in Romanische Studien, Beiheft 9, 2021, pp. 251–268.

Salvi, Adriano, «La banca dati AIS, reloaded aggiornata: introduzione all’atlante digitale con nuovi esempi dal progetto AIS, the digital turn», comunicazione al Circolo Linguistico Fiorentino, Biblioteca Umanistica dell’Università di Firenze, 27 febbraio 2026.


Sociolinguistica e storia della lingua

De Mauro, Tullio, Storia linguistica dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 1963 (ed. aggiornata 2011).

Pasolini, Pier Paolo, «Nuove questioni linguistiche», in Rinascita, 26 dicembre 1964; poi in Id., Empirismo eretico, Milano, Garzanti, 1972, pp. 5–24.


Fonti giornalistiche

«Il dialetto si sta perdendo: se i genitori non lo parlano ai figli diventa come una lingua straniera», Cronache Maceratesi, 21 giugno 2026.

«Dialetto maceratese in trasformazione, l’articolo lu è meno usato ma chi emigra tende a conservarlo», Cronache Maceratesi, 23 marzo 2025.

Per approfondire

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